Pochi aspetti dello spettacolo
dal vivo sono di più difficile approccio di quella struttura di significato che
possiamo definire come “regia video”. Di fatto ci si sta confrontando con una
creazione alla seconda potenza, che si rapporta ad un contenuto artistico
pensato per un medium (in questo caso lo spettacolo dal vivo) modificandone,
arricchendone o precisandone le istanze nel momento in cui esso viene in contatto
con un nuovo medium (la ripresa di quello stesso spettacolo attraverso le
telecamere in un primo momento e, subito dopo, il suo passaggio, la sua
conversione sullo schermo cinematografico o televisivo) e anche solo questo
dialogo tra media differenti stimola una mole di riflessioni dal peso straordinario
tante sono le implicazioni sottese a questo scambio, gli spunti che coinvolgono
gli immaginari coinvolti nella rappresentazione, le logiche della stessa, il
rapporto che intercorre tra queste due strutture di significato ma se a questo
sistema si aggiunge la presenza di un auteur,
di un regista, magari anche di un cineasta con un proprio background
riconoscibile, con un autore dotato di una poetica personale, di un suo modo di
intendere il cinema e il mezzo filmico allora qualsiasi riflessione, qualsiasi
analisi dedicata ad una regia video risulterebbe, almeno sulle prime,
soverchiante per chi la approccia (e per chi legge).
E allora, forse, è più saggio
compiere un passo indietro, così da poter osservare la dimensione della regia
video in una delle sue forme più pure e pulite, un progetto che coniuga suono,
video e performance dal vivo curato da uno degli autori più poliedrici del
cinema contemporaneo che qui lascia dialogare la sua arte con quella di una
delle band simbolo degli anni ’80, operando, di fatto, all’interno dello stesso
tessuto ideologico che li sostiene e ribaltandolo dalle fondamenta.
Nel 2011 i Duran Duran pubblicano All
You Need Is Now, il loro ritorno sulle scene a circa otto anni dal disco precedente.
L’album, da un certo punto di vista, è un progetto molto più stratificato di
quanto possa apparire ad un primo ascolto. LeBon e i suoi si chiudono in studio
e fondamentalmente fanno a pezzi la loro identità pezzo per pezzo, conservandone
solo quel tanto che basta per non perdere l’essenza profonda del loro fare
musica, arrivando tuttavia a sintetizzare un approccio al suono che sappia
restituire in maniera efficace la duplice anima di una band consapevole del suo
passato ma capace di dire la sua anche in questa contemporaneità artisticamente
così liquida, cangiante e complessa.
E, in effetti, All You Need Is Now suona
straordinariamente attuale, ma, sia chiaro, basta poco per accorgersi che si
tratta di un’attualità sui generis. Perché se da un lato l’immagine che i Duran Duran restituiscono ai loro fan
nel 2011 è qualcosa di assolutamente consono al modo di fare musica nel
contesto contemporaneo (una maggior apertura del gruppo all’accoglienza di
strumentisti esterni e cantanti ospiti, una lavorazione di fatto controllata e
guidata da un produttore dotato di un approccio al suono riconoscibile e
ricorrente, arrangiamenti molto meno new wave del previsto) al contempo, c’è
qualcosa che finisce irrimediabilmente per non collimare.
Perché (ma ci arriveremo in
maniera più approfondita tra poco), All
You Need Is Now è un album molto più cupo, oscuro, ambiguo di quanto ci si
potrebbe aspettare da una band simbolo dei luminosi e ottimistici anni ’80. Nel
disco si affrontano temi come la paranoia, la freddezza del digitale, lo
smarrimento della società contemporanea, la perdita, il senso imminente della
fine. C’è insomma un costante e inaspettato sentimento di minaccia che impregna
il suono del ritorno dei Duran Duran,
qualcosa che, di fatto, con buona probabilità sulle prime coglie impreparati la
gran parte degli ascoltatori, i quali non sarebbe troppo sbagliato dire che
finiscono per confrontarsi con un paesaggio perturbante, solo superficialmente
conosciuto ma che in realtà nasconde gran parte delle sue insidie proprio sotto
uno strato di sicurezza.
E allora è proprio qui, nel
momento in cui si prende atto di quanto nel 2011 i Duran Duran siano di fatto usciti dal loro seminato, organizzando
quella che fin dai primi istanti si pone come una prova di forza, resistenza e
quasi di decifrazione, un viaggio immaginario e inquieto nel loro suono e nella
società contemporanea che diviene chiaro quanto il nome di David Lynch sia
forse il più adatto per raggiungere finalità di questo tipo.
Tre mesi dopo l’uscita del disco
i Duran Duran organizzano una sorta
di evento a metà tra la presentazione dell’album e il tradizionale concerto dal
vivo. Le due ore di musica, immerse nell’atmosfera particolarmente intima di un
teatro di Los Angeles e intervallata dalle chiacchiere che il gruppo scambia
con l’esclusivo pubblico di spettatori, risultano interessanti per il nostro
discorso più che altro per il contesto produttivo e comunicativo in cui finiscono
per essere inserite.
Il concerto fa infatti parte del
progetto Unstaged, un ciclo di eventi
live musicali che coinvolge band quali i Duran
Duran o gli Arcade Fire,
patrocinato da American Express e Vevo. La
formula alla base del progetto è essenziale: si invita un gruppo o un cantante
a suonare in un evento esclusivo e lo si trasmette live nel canale Vevo (una piattaforma che voleva essere
una sorta di Youtube dedicato solo alla pubblicazione di contenuti musicali
come video, concerti o interviste) lasciando che proprio la regia, la
trasmissione e la ripresa video dell’evento sia curata da un regista affermato
e dallo stile riconoscibile.
E allora la sensazione, sulle
prime, è che ci stiamo trovando ad un prodotto eminentemente fanservice. Il
live dei Duran Duran rischia di
apparire, sulle prime, come un’operazione commerciale anche abbastanza ingenua.
Si potrebbe pensare che Vevo abbia cercato
un accostamento inusuale, buono per far parlare di sé, per creare clamore, per iniziare
a gonfiare la bolla dell’hype ma paradossalmente, l’incontro tra queste due
realtà artistiche apparentemente così distanti risulterà alla fine essere uno
dei più felici e consonanti del progetto Unstaged.
Ma ci arriveremo.
Ciò che salta prima di ogni altra
cosa all’occhio del live dei Duran Duran,
o meglio, dell’approccio di David Lynch al materiale video è quanto il
regista americano concepisca tutto il suo operato al fine di massimizzare
l’esperienza di chi segue il live sul proprio pc, lasciando, di fatto, un passo
indietro, gli spettatori effettivamente presenti all’evento. La sensazione, in
sostanza, è che proprio l’apporto di Lynch abbia un peso specifico all’interno
del progetto dei Duran Duran, un peso i cui limiti, le cui fondamenta e i cui
intenti saranno sempre più evidenti man mano che il concerto entra nel vivo.
È proprio Lynch a compiere la
prima mossa in questo senso. I primi momenti del concerto non riguardano
infatti né i Duran Duran né la loro musica in senso stretto ma si organizzano
attorno ad un filmato (che chi segue l’evento da pc vedrà non mediato dalla
proiezione e qui torna l’idea di uno spettatore “casalingo” privilegiato
rispetto al suo omologo “fisicamente presente”) in cui, in un’atmosfera fatta
di suoni cacofonici, luci stroboscopiche e movimenti di macchina apparentemente
senza soluzione di continuità, la voce di Lynch stesso annuncia i Duran Duran,
dà il via al concerto, ci augura buona visione e afferma, quasi alla maniera di
una postilla che la musica del gruppo inglese gli ha sempre permesso di fare
dei sogni straordinari.
Questo breve segmento video ha
tuttavia un sapore programmatico che finisce per riverberarsi durante tutto il
concerto dei Duran Duran e che finisce per sintetizzare la vera essenza
dell’approccio al progetto di David Lynch stesso.
Nel momento in cui inizia il
primo brano del concerto il regista compie in effetti un’altra dichiarazione
per certi versi “forte”, entrando a gamba tesa nel continuum dell’evento. I
visual, i filmati che via via accompagneranno l’esecuzione dei vari pezzi
all’interno del concerto, che i presenti vedranno proiettati sugli schermi
posti poco sopra al palco, entreranno invece in contatto con chi segue il live
da pc praticamente in sovraimpressione rispetto alle immagini dei membri del
gruppo impegnati a suonare. Si tratta dunque di un vero e proprio velatino, uno
schermo (sebbene digitale) che finisce per frapporsi tra ciò che accade sul palco
e la nostra esperienza di visione. L’intento della regia video sembra essere in
sostanza quello di creare uno sorta di spazio visivo nuovo, ibridato,
certamente, organizzato attorno all’evento live e ai visual di Lynch ma
assolutamente diverso rispetto al luogo che ospita la band e alla cornice
eminentemente video. Si tratta di una zona franca, un luogo di evocazione
visiva, un demi-monde di suggestioni, una dimensione vicina al sogno, questo
senz’altro, ma che definire semplicemente onirica significherebbe sminuire.
Piuttosto, sarebbe più corretto definire questo spazio come libero luogo di
argomentazione, di scontro tra punti di vista differenti, tra elementi tematici
ad un tempo antitetici e consonanti, di idee e spunti di complessità crescente.
Questo spazio altro è in sostanza
il luogo di incontro di tre linee di pensiero in costante dialogo tra loro.
La prima si raccoglie proprio
attorno al suono, alla musica dei Duran Duran. È, in effetti, un concerto
particolarmente curioso quello con cui ci stiamo confrontando. Si tratta di un
happening, un evento, che doppia e amplifica l’aria di incertezza, di cupezza, smarrimento
e alienazione che quasi fa da epigrafe al disco attorno a cui ruota. E in
effetti se davvero questo concerto potesse essere considerato come un vero e
proprio sistema narrativo la storia che racconterebbe si organizzerebbe attorno
a sentimenti o situazioni come la paranoia (I’m
Not Alone), la solitudine (Friends Of
Mine), il consumismo (Notorious),
la perdita di identità (Blame The Machine).
Sono insomma dei Duran Duran volutamente opachi, che quasi vogliono rileggere
sé stessi e il loro suono alla luce di un’ideologia distrutta, di un ottimismo
che non ha più senso di esistere; forse, proprio in rapporto a questo discorso,
molto ci dicono, più che gli “inediti”, i nuovi brani mai eseguiti, quelli
legati al nuovo disco, i pezzi “classici” che finiscono per cozzare con
quest’atmosfera, arrivando ad essere riconfigurati nel profondo da essa pur (e
sia ben chiaro) non subire alcuna variazione apprezzabile nell’esecuzione.
Brani come Rio, Girls On Film, o il
più recente Reach Up For The Sunrise,
pezzi di norma allegri, ottimisti, non possono far altro che mostrare il fianco
e rendere evidente la loro natura reale, quasi portando alla luce
quell’oscurità che gli anni ’80 si sforzavano di nascondere. Il protagonista di
Rio è un giovanotto superficiale che
considera le donne oggetti ed è intrappolato in un loop che ammanta l’azione
seduttiva di pericolosa ossessività, le Girls
On Film a cui allude il titolo del brano sono le ragazze irretite dalla
facile notorietà del mondo della moda e dello spettacolo, che scelgono tuttavia
di farsi assorbire totalmente dalla frivolezza e dalla superficialità di
quell’ambiente; l’alba a cui bisogna anelare in Reach Up For The Sunrise (come si vedrà), è un non-evento, qualcosa
che non esiste e mai esisterà, una luce di cartapesta che, forse, non può
offrire salvezza a nessuno.
Stanti queste premesse, raccolti
questi spunti, particolarmente curioso è proprio analizzare il modo in cui
l’approccio al video di Lynch finisce per intersecarsi con il discorso
organizzato attorno al suono dei Duran
Duran. La seconda linea di pensiero coinvolge a ben guardare proprio l’orizzonte
visuale.
Prevedibilmente il materiale
video organizzato dal regista americano “parla”, prende posizione rispetto a
ciò che lo spettatore vede sul palco ma lo fa in maniera magmatica,
disordinata, lasciando che ogni spunto emerga senza soluzione di continuità dal
corpo del video e facendo in modo che proprio la libera, quasi inconscia,
associazione tra ciò che lo spettatore vede e ciò che ascolta possa di fatto
dare un senso alla totalità del progetto Unstaged
dal punto di vista dei Duran Duran. Possiamo
partire quasi catalogando gli apporti di Lynch nel tessuto video del concerto,
nello specifico dividendoli in tre macrocategorie: nel primo caso c’è il video
“didascalico”, che entra in contatto con la materia sonora ampliandone il
significato, precisandolo o addirittura ribaltandolo. È attraverso l’azione
didascalica del video, ad esempio, che i brani citati poco sopra mostrano la
loro vera natura e perdono il contatto con l’ideologia che li ha generati.
Durante Reach Up For The Sunrise lo
spettatore potrà confrontarsi con un Sole malamente animato in digitale, quasi
a rendere evidente la sua natura posticcia, allo stesso modo, l’esecuzione di Rio è arricchita dal loop di una ruota
di bicicletta in movimento, come a voler indicare la natura monotona e priva di
significato della vita del donnaiolo protagonista del pezzo ma pensiamo anche,
molto più semplicemente, all’animazione della Terra che gira durante gran parte
dell’esecuzione di Planet Earth.
La seconda categoria a cui
possiamo far ricondurre le emersioni del corpus del video è quella legata
all’astrattismo. Durante l’esecuzione di alcuni brani (tra gli altri Notorious, Safe In The Heat Of The Moment,
Leave A Light On e Ordinary World,
tanto per citare una parte di essi) i motivi che popolano la dimensione delle
proiezioni digitali si caratterizzano per una certa informità. Si tratta di
fiamme, giochi di luce, fumo, forme geometriche che interagiscono tra di loro.
Non è necessario, lo si vedrà con ancor più chiarezza in seguito, ricercare una
qualche logica, un qualche senso intrinseco legato all’avvicendarsi di queste
figure o motivi, è fondamentale notare che in questo caso il discorso di Lynch
si struttura per la maggior parte attraverso l’approccio al mezzo piuttosto che
sintetizzandosi in qualche simbologia legata all’elemento filmato, lo si noterà
con più evidenza tra poco ma è importante partire da questo dato
imprescindibile.
Il passaggio dalla concretezza
dell’oggetto (il Sole, la ruota di bicicletta) all’astrattismo video è indice
infatti, prima di qualsiasi altra cosa, di un’azione concreta di Lynch sul
mezzo artistico stesso. Il regista attraverso questo processo rende se
possibile ancora più evidente il suo potere sul medium video, meglio ancora,
potremmo dire che si palesa con ancora più forza all’interno del sistema che
sottende all’evento, al concerto stesso.
È lui, in buona sostanza, il
demiurgo, il manipolatore di ciò che gli spettatori stanno vedendo in questi
istanti, tutti gli input, a partire da quelli visivi, passano attraverso di
lui, che li manipola a suo piacimento.
A ben vedere, ciò che David Lynch configura
attraverso lo strumento del video è un vero e proprio percorso di
trasformazione del linguaggio, che parte dalla concretezza dell’oggetto, viene
scarnificato nell’astrazione e, quasi in un momento di sintesi, rinasce
attraverso tutti quegli spunti che rientrano nella terza macrocategoria di
elementi visivi. Massimo comun denominatore di questa “classe di significato”,
è, in effetti, il cinema vero e proprio.
Dapprima si tratta di sporadiche
infiltrazioni. Un’atmosfera gotica, l’animazione di due lupi che inseguono
qualcuno in una foresta, il bianco e nero degli horror della Hammer, una
fotografia che rimanda al cinema muto espressionista, a sottolineare
l’esecuzione di Hungry Like The Wolf, oppure
una carrellata urbana (quasi alla Godfrey Reggio) che fa da sfondo a I’m Not Alone, poi, però, la situazione
inizia a complicarsi.
Da un lato cominciano a emergere
degli elementi ricorrenti, strutture che formano uno stile, un’estetica (due
mani guantate, degli ingranaggi in movimento, tanto per fare un paio di esempi),
dall’altro proprio alcuni di questi elementi ricorrenti finiscono per essere
legati a doppio filo alla poetica di David Lynch stesso. Le visual del concerto
diventano dunque un tour de force del regista nel suo cinema, un’emersione
continua di figure, strutture, immagini, riconducibili alla sua filmografia.
Dalla dimensione suburbana di Blue Velvet
che è al centro del segmento video che accompagna The Man Who Stole A Leopard alle figure di donna che ricordano le
più classiche rappresentazioni femminili del cinema di Lynch, da Mulholland Drive a Twin Peaks, passando per le forme posticce e i pupazzi di pezza che
ricordano i props di Eraserhead o gli
esperimenti di videoarte che costituiscono una delle costole della poliedrica
carriera artistica di Lynch. Di nuovo, poco conta il senso intrinseco, il
significato di questi filmati (la sensazione, anzi, che per Lynch tutto si
riduca ad un puro divertissement è molto forte), ciò che conta è comprendere
quanto David Lynch, attraverso il cinema, meglio ancora attraverso il suo
cinema, abbia preso possesso del medium, abbia connotato il visivo in modo
forte e, di fatto, abbia completato il processo trasformativo del mezzo visuale.
È, per certi versi, la chiave di
volta di tutto il progetto Unstaged dal
punto di vista dei Duran Duran.
Il live di All You Need Is Now diventa in effetti, per David Lynch e per i
Duran Duran il luogo in cui hanno luogo delle trasformazioni, semantiche,
simboliche, di significato e legate all’esperienza dello spettatore.
La prima struttura a cadere e a
mutare è proprio la cornice dell’evento. Basta un prologo parlato e un velatino
digitale per trasformare un concerto in un ambiente limbico, visionario, un
luogo di emersione di spunti visivi e suggestioni.
Subito dopo tocca all’ideologia:
i Duran Duran, non cambiando in nessun modo la loro sostanza, attraverso la
sola riesecuzione dei singoli pezzi portano alla luce la vera natura degli anni
’80, che da decennio ottimista e luminoso diventa luogo di raccolta di
negatività, pessimismo e alienazione. In secondo luogo e sempre su questa stessa
linea sembra mutare il vero e proprio status della band di Simon LeBon che da
primo centro di focus dell’evento (e dopotutto sempre di un concerto stiamo
parlando) diventa mero strumento di costruzione alle dipendenze di un discorso
più ampio (e anche il loro costante apparire in bianco e nero, virati,
manipolati dall’occhio della MDP dovrebbe dirci molto in merito al loro ruolo).
In ultima istanza, in un
movimento omnicomprensivo che punta a coinvolgere tutte le parti in gioco fin
qui evocate (ed è in questo momento che entra in gioco la terza linea di
pensiero alle spalle del progetto), Lynch entra a tal punto nell’evento dei
Duran Duran da farlo diventare un’entità assimilabile alla sua filmografia, un
quid legato a doppio filo più all’identità del regista americano che
all’estetica e allo stile della band inglese.
Nel corso di due ore ha luogo, in
sostanza, un gigantesco processo di assimilazione che si svolge in parallelo ai
processi di trasformazione fin qui evocati attraverso cui Lynch finisce per
inglobare letteralmente il concerto nel suo essere, arrivando addirittura ad
operare sottotraccia al punto da disseminare le visual di elementi legati
all’estetica industrial che, pur partendo dai pezzi dei Duran Duran finisce per
legarsi a doppio filo a quell’estetica industriale che rimanda proprio agli
esperimenti musicali portati avanti da Lynch con Angelo Badalamenti. Si parte
dall’evento, si passa attraverso il mezzo visivo, si arriva a prendere possesso
dell’esperienza dello spettatore e del puro suono.
Di fronte a noi c’è dunque una
delle esperienze di regia video più lucide, chiare e ambiziose degli ultimi
anni, un esperimento che, da un certo punto di vista, dimostra tuttavia in
maniera perfetta l’azione totalizzante del mezzo cinematografico.
Alessio Baronci
Alessio Baronci
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